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Il socio di capitale piace, anzi, no!

Il socio di capitale piace, anzi, no!

Studio Legale AgatiLA LEGGE DI STABILITÀ / Faccia a faccia tra Maurizio De Tilla (Oua) e Giovanni Lega (Asla)

Avvocatura istituzionale e studi legali d’affari sono sempre stati agli antipodi sull’ingresso del socio di puro capitale. Un rischio di ingerenza di «poteri forti» per i primi, un’opportunità per i secondi. Lo scontro va avanti da anni, con le varie riforme della professione forense messe a punto dall’avvocaturapuntualmente bocciate dagli avvocati d’affari, in particolare per quello che riguarda la disciplina delle società professionali, considerata non adeguata alle sfi de che impone la concorrenza internazionale da ormai 15 anni.

Da quando cioè le cosiddette global fi rm anglosassoni sono sbarcate a Milano e Roma potendo contare su un modello organizzativo lontano anni luce dal tradizionale studio fondato sulla sola fi gura del name partner, che andava per la maggiore in Italia. Oggi i grandi avvocati che da soli facevano la fortuna dello studio (perché bastava il nome) hanno lasciato il posto agli studi legali o interprofessionali che si avvicinano sempre di più a delle società, anche dal punto di vista dalla governance interna. E che soprattutto puntano a diventare realtà internazionali, rafforzando gli investimenti in aree come l’Asia, l’EstEuropa, il Sud America. L’avvocatura, però, non ha cambiato idea. Prova ne è anche l’intervista doppia realizzata da ItaliaOggi Sette a due anime ben rappresentative di questi due mondi: Maurizio de Tilla, presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura, e Giovanni Lega, a capo invece di Asla, l’Associazione degli studi legali associati costituita in Italia a fi ne 2003 per iniziativa di studi operanti nei settori del diritto commerciale, societario e fi nanziario internazionale. Oggi fanno parte di Asla oltre 90 studi associati, costituiti in Italia e con affi liazioni anche a livello europeo e statunitense. Ebbene, secondo de Tilla la presenza dei soci di capitale nelle società professionali rappresenta «il fattore più grave dellainnovazione legislativa introdotta nelle società professionali».
Mentre a parere di Lega questo tipo di modello organizzativo è condivisibile e auspicabile, a patto però che vengano fi ssate regole ben precise, come in altri paesi europei (tipo Francia, Spagna e Germania), dove il socio di capitale non può detenere la quota di maggioranza. Ma vediamo meglio.

Domande a Giovanni Lega:

Domanda. Cosa pensa della possibilità di costituire società di capitali fra professionisti? Si tratta di un’opportunità per gli avvocati e gli studi legali o ne mette a rischio l’indipendenza?
Risposta. Asla è sicuramente favorevole a questo tipo di modello organizzativo, a patto che vi vengano rifl esse le peculiarità delle legislazioni di Francia, Germania e Spagna che ammettono la possibilità di costituire questo tipo di società, ma con regole ben precise. In primis: professionisti in maggioranza e socio di capitale solo in minoranza. Indispensabile sarebbe, in vista della costituzione di società tra avvocati e commercialisti, prevedere un’attività di armonizzazione delle normative fi scali che regolano queste due categorie, con le leggi attuali è, di fatto, impensabile coniugare le due categorie professionali sotto questi aspetti. In ogni caso non si tratta di una novità, esiste già una norma del 2001 ha previsto la possibilità di costituire società tra professionisti, ha avuto però poco fortuna (a oggi in Italia ci sono solo 24 società di questo genere).

D. L’adozione del modello organizzativo così come disciplinato dalla legge di stabilità, come cambierà la professione forense?
R. La speranza è quella che ci sia una sorta di educazione a questo nuovo modello organizzativo, ma dipende tutto dalle conseguenze che deriveranno dal regolamento di attuazione. Alcuni studi professionali possono già essere considerati delle pmi della consulenza, proprio per questo hanno bisogno di capitali che favoriscano gli investimenti e che non vengano fuori necessariamente dalle tasche degli stessi soci.Nell’organizzazione degli studi legali esistono ormai fi gure professionali diverse, come responsabili comunicazione, formazione e recruitment, che necessitano di adeguati investimenti. Fare ricorso al debito o al mercato dei capitali non può che essere uno strumento utile, e non solo per la law fi rm ma anche per i piccoli studi.

D. Quali, a suo parere, i provvedimenti che il governo avrebbe dovuto e dovrà prendere per favorire la liberalizzazione del mercato professionale forense e l’uscita dalla crisi?
R. Ritengo che questo settore sia già ampiamente liberalizzato, non bisognerebbe intervenire dal punto di vista concorrenziale ma da quello dell’accesso alla professione, come si fa già per le categorie professionali di medici e notai). Penso che sia necessario formare,sin dall’università, una «classe di avvocati», puntando sulla qualità e sull’eccellenza della formazione. A oggi, non esiste un corso di laurea per avvocati, la facoltà di giurisprudenza offre una formazione ancora troppo generalista.

D. Quali saranno gli effetti, sugli avvocati, dell’eliminazione di qualsiasi riferimento alle tariffe professionali?
R. La questione dell’abolizione dei minimi tariffari fa parte di una diatriba in corso ormai da anni, almeno dal 2006 con il decreto Bersani. Non si tratta quindi di una novità. Sebbene i minimi tariffari non siano un problema per la tipologia di studi che Asla rappresenta (si tratta, infatti, di studi che operano in modalità B2B e nella maggior parte dei casi i contratti stipulati con i clienti, per lo più imprese, prevedono già emolumenti superiori ai minimi tariffari), ho apprezzato i commenti che l’avvocatura tradizionale ha espresso in merito a questo argomento.Sarebbe stato meglio, infatti, intervenire liberalizzando il settore a favore dei cittadini e non dei poteri forti, come assicurazioni o banche, che potranno ora abusare della loro posizione dominante nei confronti degli avvocati. Non trovo quindi che questa sia la soluzione migliore per liberalizzare una professione che tutela l’interesse dei cittadini.

Domande a Maurizio de Tilla:

Domanda. Cosa pensa della possibilità di costituire società di capitali fra professionisti? Si tratta di un’opportunità per gli avvocati e gli studi legali o ne mette a rischio l’indipendenza?
Risposta. Il fattore più grave della innovazione legislativa introdotta dalla legge di stabilità è la presenza dei soci di capitale nelle società professionali. Si rischiano ingerenze dei poteri forti nella gestione degli studi professionali con perdita di identità dei professionisti e confl itti di interesse ancora più rilevanti del patto di quota lite che l’Avvocatura contesta chiedendo il ripristino dell’abolito divieto. Ma vi è di più. La delinquenza organizzata, attraverso società fi nanziarie, potrebbe interferire sull’indipendenza dei professionisti e sul rispetto del dettato deontologico acquisendo addirittura utili dall’attività difensiva svolta dai soci professionisti.

D. L’adozione del modello organizzativo, così come disciplinato dalla legge di stabilità, come cambierà la professione forense?
R. Per la migliore organizzazione degli studi professionali non è necessaria la costituzione di società di capitali, potendo raggiungersi lo stesso obiettivo con la costituzione di società atipiche riguardanti servizi esclusivamente professionali. Le società di capitale allargate ai professionisti possono, per altro, introdurre uno strumento legale, con abuso del diritto, per evadere la contribuzione previdenziale, e anche gli obblighi fi scali, facendo apparire come utili di gestione la remunerazione e i compensi per le rese prestazioni professionali.

D. Quali, a suo parere, i provvedimenti che il governo avrebbe dovuto e dovrà prendere per favorire la liberalizzazione del mercato professionale forense e l’uscita dalla crisi?
R. La professione forense ha bisogno di formazione permanente, qualità delle prestazioni, tenuta deontologica. Bisogna puntare su tutto ciò per soddisfare le esigenze della clientela. La professione di avvocato deve puntare all’affermazione di criteri «meritocratici», il che signifi ca competenza, preparazione, specializzazione, diligenza, selezione nell’accesso, studi universitari seri, numero programmato nell’accesso alle
scuole di formazione. Con il numero di 230 mila avvocati la professione forense è già esageratamente, e selvaggiamente, liberalizzata.

D. Quali saranno gli effetti, sugli avvocati, dell’eliminazione di qualsiasi riferimento alle tariffe professionali?
R. Il Parlamento europeo, con la mozione approvata nel marzo 2006, ha escluso l’applicazione della normativa della concorrenza alle professioni legali. Le prestazioni professionali non sono prodotti commerciali. L’avvocatura non può essere assimilata a un emporio di prodotti destinati al consumo, né può essere trasformata in un reparto di un grande magazzino. È molto grave l’eliminazione delle tariffe professionali, che costituiscono un parametro di grande rilevanza per stimare le prestazioni professionali, che devono per altro ricevere dall’esistenza di minimi di tariffa la minima gratificazione per l’attività svolta da parte di un soggetto, qual è il professionista, che si lega al cliente con un rapporto fortemente fiduciario.

Pagina a cura di Gabriele Ventura e Maria Chiara Furlò

(Da “Italia Oggi” 21 novembre 2011)

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